Riscoprire Carlo Vincenti

Un tuffo nel passato, per riscoprire l’opera di Carlo Vincenti, artista viterbese prematuramente scomparso nel 1978, a soli 32 anni. Un balzo indietro nel tempo, per immergersi nella personalità complessa e tormentata di un uomo che scelse di vivere consacrandosi completamente e intimamente all’arte. Carlo Vincenti è stato infatti un pregevole pittore. Amava sperimentare nuove tecniche e forme espressive originali, spaziando dagli oli agli acquerelli, fino al collage. Influenzato dagli accesi cromatismi di Paul Klee e dalle opere conservate presso il Museo d’Arte Orientale di Roma, seppe fondere queste due suggestioni, così diverse tra loro, e le rielaborò dando vita ad uno stile inconfondibile, caratterizzato dalla frammentazione, dalla stilizzazione delle immagini e dal contrasto tra colori forti e tinte tenui, in una sorta di tragico ossimoro visivo. Una mente malinconica e geniale.

Egli fu anche e soprattutto poeta e spesso firmava i suoi versi con il singolare appellativo “Vesco VI”. Oggi i più rappresentativi di questi versi sono stati raccolti in un volume (dal repertorio uno,all’interno del quale sono anche riprodotte alcune opere pittoriche dell’artista). È possibile pertanto rileggerli per apprezzarne l’impronta anticonformista, le tematiche incredibilmente moderne e il sentito intimismo. La poesia di Vincenti, criptica e a tratti disarmante, ci proietta in un universo di dolore, di dubbio, di solitudine, di incolmabile vuoto. Proprio il vuoto è un topos che ritorna ciclicamente, ossessivamente, nei versi di Vincenti, riempiendoli col suo eco sordo e angosciante. Un vuoto opprimente, che è tutto e niente, e si scioglie in un grido lacerante e inascoltato. Il vuoto è uno “splendore” in cui ogni cosa va a “liquefarsi” e anche il nulla cessa di esistere. Il tempo è fermo, come se un incantesimo l’avesse ibernato in un istante eterno. “Morire qualcosa. Vivere mai”.

Tutto è indefinito, i contorni si fanno evanescenti. Le stesse poesie sono prive di nome, contrassegnate semplicemente da un numero, un freddo, insignificante numero.

Avrai paura di pronunciare il tuo silenzio”, ammonisce il poeta. Un velo di pessimismo scende e va ad ammantare ogni cosa. Lo sconforto e lo sdegno, le crisi esistenziali di Vincenti, si traducono in immagini forti, repellenti, di “scheletri tramandati intatti”, “cadaveri ingenui”, putredine e carne guasta. Immagini di animali, che sono sempre e comunque animali legati alla morte, al disfacimento, alla terra. Animali come i pipistrelli, i corvi, gli avvoltoi, i coleotteri. Animali come gli sciacalli, che si cibano di carogne durante le loro orride “sedute”.

Animali come i gatti, sensuali ed inquietanti, custodi, secondo gli antichi egizi, delle porte dell’Aldilà e considerati per molto tempo i compagni inseparabili delle streghe, forieri di tremende sciagure. Animali come i lombrichi, le farfalle, che Vincenti descrive “infilzati dal botanico”, e dunque prigionieri e morti. Animali come le mosche, una vera ossessione per il poeta: mosche “bendate, repellenti, schiacciate”. Le mosche sono insetti fastidiosi, si nutrono di feci e materiale organico in decomposizione. Le mosche, infine, sono insetti diabolici: il diavolo, infatti, è anche conosciuto come “il signore delle mosche”.

Immagini di corpi senza volto che vagano sperduti in luoghi indistinti. Tronchi umani, che si trascinano rigidi e diventano ombre, solo ombre, nient’altro che ombre, inutili e sfuggenti. In questo mondo vago, popolato di fantasmi, si aggira confuso un esercito di attaccapanni, lampadari, bambole monche, morte, finte; zoppe marionette indifferenti che richiamano alla mente i manichini di De Chirico, la metafisica e l’arte del primo Novecento. E De Chirico ritorna, nell’effigie “costernata” di Arianna (Ariadne), che Vincenti cita a più riprese. La figura di Arianna per De Chirico (che l’aveva a sua volta desunta dagli scritti di Nietzsche), incarnava alla perfezione il patetismo e l’afflizione di una vita non vissuta. Arianna dormiente, statua incosciente, era per il pittore il simbolo di un avvilimento privo di soluzioni. Vincenti adotta dunque quest’Arianna tragica e se ne serve per esprimere un senso di malinconia altrimenti indicibile. Il poeta canta il suo disagio con la violenza disperata del ribelle, vomitando una rabbia che si esplica nell’utilizzo di termini feroci, crudi e audaci. Le parole schizzano via rapide, ingovernabili. Come fossero schegge impazzite, si conficcano sulla superficie nuda della carta e la trafiggono, pagina dopo pagina, col loro marchio indelebile di colpevole silenzio. Tra allitterazioni, sinestesie, chiasmi e frasi lasciate a metà, il linguaggio si contorce, si spezza e assume i toni cantilenanti delle filastrocche; si fa primitivo, onomatopeico e, in alcuni passaggi particolarmente enigmatici, sembra voler strizzare l’occhio ai giochi linguistici dei dadaisti. Il corretto uso della grammatica, la “consecutio temporum”, sono messe da parte, completamente asservite al poeta che le piega a suo piacimento, inventando una lingua strana, particolare, personale.

Volutamente ermetico, Vincenti fa a pezzi le forme di espressione più classiche e costruisce il suo mondo a partire dai frammenti, dai brandelli di descrizioni con cui dipinge le sue poesie. Egli è stato annoverato, infatti, tra i maggiori esponenti della “poesia-visiva”. E le sue poesie, sono pura pittura, pura immagine, pure macchie di colore spruzzate qua e là da un pennello inquieto, estroso e creativo. Con la stessa leggerezza di un bambino, che si diverte a giocare con le parole, a farle cozzare tra loro, a mischiarle per vedere cosa viene fuori, Vincenti amalgama i vocaboli con eclettica fantasia; e il risultato è un tripudio di sensazioni tattili, visive, uditive, olfattive, in cui gli oggetti di uso quotidiano sono accostati in maniera bizzarra e un’aggettivazione insolita contribuisce a rendere ogni cosa ancora più sibillina. L’opera di Carlo Vincenti, a trent’anni dalla sua morte, oggi come allora, è impregnata di una forza straordinaria e imperitura.È una coltellata che ti raggiunge in pieno petto e ti mozza il fiato in gola. Ma è anche una sinfonia leggera, una musica triste, frammenti di note singhiozzanti, mozzate, che risuonano lontane e si perdono nell’eco di una nenia antica.È l’urlo straziante di un’anima incompresa, scomparsa troppo presto per dire tutto quello che avrebbe voluto e potuto dire.

Le Reti di Dedalus, marzo 2009

dal repertorio uno, La Caravella Editrice, Viterbo, 2007, pp. 82