Affrontare la poesia e la poetica di Carlo Vincenti per una interpretazione e collocazione del suo pensiero e del suo lin­guaggio spirituale tra i molteplici ‘ismi’ che hanno tessuto il canovaccio della nostra poesia dal ‘200 ai giorni nostri è quan­to di più difficile si possa proporre ad un critico. E’ cosa diffi­cile, è vero, ma anche e soprattutto affascinante. Qui la ricerca non si effettua nella superficie piana o acciottolata di un lin­guaggio retorico, grammaticale o sintattico appositamente co­niato o modellato; l’indagine psicologica non vuole soltanto la conoscenza del soggetto come elemento di avvio; eppure tutto appare semplice e chiaro, ma è una semplicità complessa, che sconcerta e rigenera, una semplicità che par precorra il tempo per riportarci, dopo numerosi millenni di ricercata, ostentata ed incessante catarsi, alla purezza di un’espressione intima ed universale che più che per mezzo di un linguaggio si manifesta col pensiero, nel repertorio segnico della schiettezza dell’essere.

Ed ecco che per la prima volta, posando lo sguardo sulla poesia del Vincenti, non sentiamo più la necessità di parlare di linguaggio spirituale né di muover le labbra, ma urge in noi l’ansia dello spirito; il pensiero prende forma concreta e nel silenzio liturgico del nostro tempio si realizza una gamma di sensazioni che non sono soltanto di una vita, ma di mille vite, di quante ne possiamo vivere in un giorno, in un anno, in tutto il nostro arco terreno.

Perché questo? Appunto perché lo spirito del Vincenti non ha parola e non intende il concreto nemmeno per mezzo di un suono ma soltanto nell’espressione di un segno che non ha né rumori né vincoli e che scorre libero e vario come un fiume, come un fiume che rispecchia nelle sue acque i numerosi rivi e i torrenti di cui lo stesso è composto.

Abbiamo parlato di segno non intendendo con questo nel modo più assoluto parlare della poesia del Vincenti come un’e­sercitazione segnica; nulla di tecnologico, nulla di meccanico e nemmeno il freddo di un’elucubrazione pensosa o ricercata, ma espressioni pure, calde, non collegate ad arte, un mosaico di voci che accedono al silenzio del cuore e vi scavano dentro, senza punto rumore. E noi le sentiamo pur senza udirle queste voci e le facciamo nostre perché esse sono libere; e noi le assi­miliamo queste voci senza complessi così nella gioia come nel dolore, così nella quiete serena come nella tempesta turbinosa del nostro spirito. E un susseguirsi di proposizioni, ognuna del­le quali è assolutamente indipendente, ognuna delle quali è un periodo che non si conclude con alcun segno di punteggiatura eppure vi si avverte il punto, la virgola, i puntini di sospensio­ne, ecc. perché le pause balzano immediate nella natura silen­te di ognuno di noi a generarvi attimi di riflessione e di meditazioni profonde.

Ed ecco un esempio di mosaico poetico che non colpisce per i suoi giuochi di luce nell’incavo della sua struttura ma per le molteplici sensazioni, in qualcuna delle quali non si può non trovare l’attimo nostro: “L’erba ti prese la mano Solleticando un recipiente d’inferno Come fulmine prima che esploda La bambola muta al tuo fianco”. Da “La prima comunione” n. 03030. Mai come nella poesia del Vincenti si fondono le due pa­role “poesia” e “poetica”; la forma eletta e colorita, il signifi­cato profondo, spesso reale e ricco d’immagini anche fantasiose che trovano nel loro insieme un valore cosmico, sono pienamente inseriti in quella forma d’arte che è propria del nostro Poeta viterbese, dal quale si sprigiona un linguaggio nuovo, origina­le, puro, che potremmo definire la poesia del silenzio.

Ed è proprio nel silenzio che l’arte del Vincenti colpisce e diventa universale.

Il soggetto è uno e l’oggetto su cui si ripercuote è pure uno, ma ecco che nella vastità della nostra psiche essi si rielabora­no, si uniscono e quell’Uno lo possiamo trovare nel pensiero di ognuno di noi, nel pensiero di tutti, mobile, acuto e impera­tivo ora, carezzevole e stimolante, persuasivo e suadente in un altro momento.

Da dove scaturisce questo parto fecondo che in “una pro­spettiva di silenzio e immagini a incastri” conduce il nostro pen­siero a libere forme che nel nostro intimo possono avere sempre per ognuno di noi un significato diverso?

Ecco una domanda che nel nostro caso c’imbarazza non poco e che ciò nonostante spinge il nostro scandaglio nei più se­greti recessi dell’animo del nostro giovane Artista. Pur essendo crudi e impietosi saremo tuttavia brevi perché non è nel no­stro intendimento di critici avvalerci di notizie che potrebbe­ro invece interessare i biografi.

Carlo Vincenti è ormai, per la città di Viterbo, un mito, una personalità che si staglia nel nostro tempo e che accusa, col suo silenzio e con la sua caratteristica presenza, una società curiosa e indifferente, abulica e gretta, presuntuosa ed ipocri­ta, pronta sempre non soltanto a realizzare il “nemo profeta in patria” ma alla derisione del debole, a vedere la stravagan­za nell’estro, l’esaltazione nella intelligenza fervida, la pazzia nel genio.

E Carlo Vincenti è in queste tre graduali espressioni: estro, intelligenza, genio. Se qualcuno ha voluto riconoscervi, al di fuori di questo, elementi negativi lo ha fatto per incoscienza come per incoscienza non si è mai adoperato seriamente, là do­ve fossero esistiti, per eliminarli. Carlo Vincenti non è un gio­vane misantropo, ma un giovane cordiale che. ha conosciuto troppo presto ed a fondo le insidie e l’imbecillità dell’uomo; non è un giovane selvatico, ma un giovane dall’animo gentile, buo­no, che ama la vita e il prossimo, un giovane però che ha sem­pre trovato nel suo prossimo il più lontano parente, il fratellastro, pronto sempre ad insidiarlo anziché a tendergli una mano; non è un giovane esaltato, ma un artista puro, un filoso­fo che sa ridere di se stesso perché si rispecchia nell’uomo, nel suo simile, e ci ride, ci ride di cuore. “Una volta incontrai qual­cuno: parlai, delirai, cantai; mi sbudellai dalle risate ma non per lui. Ridevo di me e lui non lo sapeva. Non avevo più fiato­per dirglielo, ma ridevo”. Questo lo abbiamo trovato scritto a matita su un pezzo di carta dietro un suo disegno.

Ed ecco allora che Carlo Vincenti, così nella sua arte (il Vin­centi è anche un originalissimo e ricercato pittore) come nella sua poesia si distacca completamente, direi istintivamente e volutamente insieme da qualsiasi forma di “ismo” e nella sua poe­sia giunge persino a ripudiare il linguaggio come espressione comunicativa fermandosi invece sull’espressione del pensiero nella purezza essenziale. La sua poesia non è per questo un ri­pudio o un’avversione della società ma una scelta istintiva che ha un profondo valore filosofico ed anche un intenso e valido valore culturale. La sua è la poesia dello spirito puro che si ma­nifesta nel pensiero dell’uomo e si libra, al di fuori e al di so­pra di falsi preconcetti e pregiudizi, nel cuore di ognuno di noi. Una poesia originale quindi, valida nel tempo e nello spazio, una poesia che trascendendo ogni forma di ricercato purismo e di valore contingente può assurgere senz’altro a valore uni­versale.

‘Nuovi Saggi critici per la Storia della Letteratura Italiana’, Edizioni Agnesotti, Viterbo