In un certo senso, la vicenda artistica (e umana) di Carlo Vincenti é simile a quella di Tancredi. Il suicido li ha falciati nel pieno della loro creatività. Stessa angoscia esistenziale, stessa delirante passione per l’arte: considerata come un deserto da attraversare, ma nel quale si poteva sognare una vita assoluta, attimo per attimo, al limite dell’esperienza. la loro originalità creativa nasceva dal basso, dal profondo dell’inconscio, e quando essa incontrava l’abbagliante luce razionale si contraeva, lasciando dietro di sé cenere e tracce indelebili. Tancredi aveva una visione più ampia dell’arte; innocente, si muoveva nelle viscere dell’avanguardia storica come in un labirinto. Carlo Vincenti non conosceva da vicino questo ignoto meraviglioso. Dalla sua medioevale Viterbo, seppe però intravedere i ‘sentieri interrotti’ di un’arte ‘dentro’ la problematica del segno, dove troviamo Klee e Wols, Tancredi e Twombly e persino l’attuale ‘grafitismo’. Ma lui non teorizzava, come il sottile Novelli, disperato viveva nel ‘flusso’ primitivo della sua fantasia. E ne possedeva copiosa, come lava incandescente. Essa copriva il suo corpo, sempre nascosto nel vuoto e nel silenzio, il quale temeva il gesto della luce diretta.

Carlo Vincenti é praticamente uno sconosciuto, la sua vicenda artistica, breve ma intensa, é la registrazione di un istante irripetibile, interrotto soltanto per comunicare con pochi amici. Fra questi Alberto Miralli, al quale scrisse numerose lettere toccanti, in cui l’aspetto umano si riflette nel volto enigmatico dell’arte, che egli cercava con tutte le sue forze corrose dal dubbio. Alberto Miralli, gallerista, acquistava le sue opere, ma soprattutto é stato l’interlocutore attento e sensibile, una sorta di palcoscenico ideale per mostrare i suoi lavori.

Opere difficili, quelle di Carlo Vincenti: figure sbilanciate, disperati segni astratti, collages dove l’innamoramento di sé prevale sulla tecnica, e tanti disegni, quadri, persino una Via Crucis. In tutta questa disperazione astratto-figurale prevale una ‘esperienza moderna’, lucida nella sua follia. Ciò che in essa colpisce non é tanto il senso letterale, quanto la secchezza e la rapidità formale, il candore e la disinvoltura nell’affrontare (meglio vivere) l’esperienza moderna del segno come atto estremo della vita.

Carlo Vincenti ha ricercato il volto enigmatico dell’arte come artista, consapevole di essere solo, lontano dal sistema che pure, data la qualità delle sue opere, l’avrebbe accolto. Ma rifiutava l’integrazione, disorientava coloro che apprezzavano il suo lavoro, passando con straordinaria agilità da una tecnica all’altra, dalla figurazione all’astrazione. Altro che asociale!

Carlo Vincenti, come dimostrano le sue poesie, cercava qualcosa di autentico al di là delle proposizioni concettuali e sperimentali. L’arte era per lui evento drammatico, capace di sconvolgere il quotidiano e le sue regole. Ma per essere tale, non doveva percorrere la strada del realismo. Solo nel gesto l’arte poteva trovare la ragione segreta e autentica del suo dramma.

Questo comprese Carlo Vincenti, mostrandoci i timori primitivi del segno, lo smarrimento della memoria attraverso i collages, la solitudine graffita sulle pareti dello studio, l’iterazione estrema della ‘Via Crucis’, le sue ultime opere: preludio del suo suicidio.

Le tavole della ‘Via Crucis’ sono scritture cubitali, ‘parole’ drammatiche che simulano le immagini, assenti, delle Stazioni. la loro assenza é però colmata dai testi evocativi (“Condanna a morte di Cristo…”), incisivi come tagli o fughe d’ombra.

Ma qui non siamo di fronte ad un nuovo esempio di ‘poesia visiva’ e neppure all’ornato della ‘bella scrittura’. Il rapporto tra la scrittura-testo genera uno scontro tra due momenti, passato-presente, unificati per sconvolgere la luce immensa del Cristo e l’ombra profonda che circonda l’uomo. Le parole diventano ‘lamenti’ e i testi coro sommesso, senza respiro.

Il dramma é troppo umano per lasciare spazio alla pausa, alla memoria. Cosi le tavole non evocano, ma sono (frammenti lacerati). Nella lettura esse prendono ‘forma’ suprema, preludio di un evento che si rinnova con crescente energia. La sua configurazione, in movimento, procede ‘descrivendo’ nel vuoto le singole circostanze delle Stazioni. Parole e testo sono interrogazioni che ‘inghiottono’ ogni fantasia.

Nella ‘Via Crucis’, Carlo Vincenti ha visualizzato immagini vociferanti, che mutano di spessore e tono come una vetrata istoriata. la loro metamorfosi é un urlo al buio, che lacera il silenzio e provoca ‘figurazioni accavallate’ e ‘orbite vuote’. Ma, come recita una sua poesia, “Tutto traspare/ nella patina/rovesciata/del tempo/che ho distrutto”. Traspare lo spazio,vuoto, lo sguardo conficcato nell’angoscia, il cielo buio, il respiro trattenuto dal pianto.

Ancora l’evento si ripresenta: “Precipito in te, come un fuoco”.