Quello di Carlo Vincenti, che Alberto Miralli, il suo amico e gallerista, ci ha rivelato, è un documento di vita insieme alla testimonianza d’arte. Mai come in questo caso è difficile, impossibile scindere arte e vita. L’arte non è che un graffito, una disperata iscrizione di sé muro di lacrime, di ore, di giorni. Ma in questo tessuto amorfo, l’artista, suicida giovane, ha scritto con caratteri di sangue parole che toccano direttamente la nostra umanità. Alla fine del suo itinerario anche la parola si spezza in bocca; la dimostrazione più cruda, drammatica ne è la serie delle stazioni della Via Crucis, che si sottraggono a ogni argomento ornamentale, ipoteticamente estetico, essendo ormai al limite di consunzione espressivo. La croce-patibolo con le sue braccia rudimentali torna come un segno di protesta in ogni tavola (in realtà non sono che lembi di carta): le parole sono strappate a forza dal balbettio di un morituro. Si sente che Vincenti mirava alla crocifissione di Cristo; ma in quell’attimo stesso sapeva di fissare le sillabe, inalienabili, della propria condanna. Ecco dunque, pensa il visitatore, il succo, l’emblema-pietra tombale che ancora morde, lacrima, scotta, di una vita.