UN GIOCATTOLO IN MANO AL TEMPO
Addento l’aria
gelida di settembre
condannato
ad essere solo
un giocattolo
in mano al tempo
mentre s’avvolge
d’argento l’alone
del buio.[1]
Questi versi narrano una premonizione e una sintesi del percorso dell’esistenza di Carlo Vincenti.
Mi piace l’idea di considerare il tempo il tema sotteso delle opere presentate alla Galleria Miralli, crudele perché interminabile nella sofferenza e nello spazio terminato, finito e forzatamente condiviso dell’Ospedale Psichiatrico.Una reclusione aperta all’incisività artistica nella riflessione sulla vita, la morte, morte dell’anima, l’inaridimento dell’espressione. Al rischio concreto della fine della comunicazione reagisce con l’uso creativo di carta, penna, tavole, pennelli, colori.
Carlo scrive ad Alberto Miralli: “In precedenza avevo solo disegnato, capirai, sono solo corsie e tavoli nelle due sale libere dove si mangia. … Solo ora mi rendo conto di essere in una situazione difficile. Ma ho voglia di lavorare e soprattutto di fermare in almeno venti pezzi il senso di questa mia libertà repressa”.
Le opere raccontano sicuramente il tentativo di superare i limiti della solitudine e della clausura forzata, ma anche la definizione di un modo di comunicare ancora più evoluto, correlato con la piena adesione di una vita all’arte intesa come messaggio. E’ la parola de ‘I Superstiti’[2], dei sopravvissuti ad una realtà opprimente, ad un quotidiano negato a chi percepisce in modo solitario, diviso, ma mai folle, l’arte e la vita indissolubilmente unite. La sua non è incomunicabilità ma altra comunicazione, ordinata, precisa, che si presenta all’osservatore per una lettura appassionante, senza mediazioni, immediata, attraverso epifanie legate al contingente e che lo superano.
Parrebbe il superamento dell’assemblaggio, del frammento nei collage, che rappresentano una sua visione della catalogazione del ricordo, del presente e del passato. Ma l’ordine raggiunto nei collage non è sospeso, è rinnovato nel segno dell’acrilico che riproduce ora una rappresentazione volutamente equivoca del disagio, la reazione lucida agli psicofarmaci che minano la creatività. Un altro messaggio di denuncia, un’evoluzione.
Ha scritto Enrico Mascelloni: ” L’esistenza sofferta di Vincenti è ovviamente iscritta nella sua arte, ma non la giustifica né la misura. Guardando questi lavori non è granché interessante commuoversi per la tragedia che contengono, ma stupirsi, piuttosto e godere, per come hanno saputo trasformarla in stile”.[3]
La sovrapposizione di elementi quotidiani come le placche metalliche prive degli interruttori, i gommini, rimandano ai collage, sono testimonianze di luoghi ordinari, lontani ma vicini e funzionano da catalizzatori di questo suo linguaggio che sembrerebbe essere altrove. Un linguaggio che segue il percorso del rimando immediato, la frammentazione riappare nelle curve nervose che si incastrano in un costante gioco di immagini da cercare, che sembrano riproporsi nuove, come epifanie appunto, in cui il colore, mai vivo, e il dolore sono protagonisti. La sua catalogazione delle opere legate a esperienze di case di cura, ‘Dal Rapimento’ e ‘I Superstiti’, è anch’essa un gioco, comprende un’amara (auto)ironia, una coscienza e conoscenza di sé che manifesta un giudizio lucido, coerente col bisogno di ritrovare la vitalità del segno sulla tavola, prima pesante poi levigato e alleggerito da elaborazioni successive, gli ‘inserti’, il tutto mediato e meditato.
Nella lettera a Miralli: “… la mia cartella clinica porta scritta la diagnosi di ‘Sindrome dissociativa’ con i vari sottotitoli delle recenti calamità che mi rendono particolarmente oggetto di curiosità”.
Il giocattolo tenta di essere protagonista di un nuovo gioco per sfuggire alla classificazione, ma non al tempo.
[1] Versi di Carlo Vincenti tratti da una raccolta di disegni e scritti su blocco note, Il non gruppo, a cura di Mirella Bentivoglio, Roma, Biblioteca Angelica, nov. – dic. 2004
[2] Nome scelto da Carlo per le opere realizzate all’O.P. di Siena
[3] Carlo Vincenti, collage tra Incomunicabilità e Storia, ART IN ITALY n. 14, ed. Parise A., Colognola ai Colli (VR), 1999
