I collage su carta ci presentano composizioni essenziali che, intenzionalmente, rimandano all’incompiuto, al non finito. Il formato standard del supporto e il numero minimo di frammenti incollati favoriscono quest’impressione. Non siamo, infatti, di fronte ad inserti che propongono, come quelli nel grande formato su tela o cartoncino, un percorso da seguire o, più esattamente, nel quale perdersi. Qui abbiamo un invito quasi obbligato a sostare e concentrarsi sul frammento scarno, isolato (da pagine di riviste, schizzi, biglietti, disegni …). Una sintesi estrema. Un passo avanti, forse più quieto, nella ricerca, nel rinnovare la tecnica. Il pennello ora è solo quello della colla che unisce i frammenti impaginati.
Da poeta visivo Carlo Vincenti ci presenta dei significati intensi nell’espressione del singolo, o del numero minimo di inserti, e l’espressività rimane forte, intatta anche nella sua misurata presentazione dei segni iconici. Una sorta di asetticità composta, che avvicina anziché allontanare, ne rende più intima la memoria con i suoi rimandi personali e collettivi allo stesso tempo. Nella certezza che le loro esistenze devono essere ritrovate. Il numero limitato e l’ordine in cui tutti questi reperti si ritrovano sulla carta. Ne guida la valutazione, la riflessione approfondita, il riscatto.
E risulta sempre deciso e immediato lo scopo di sottrarre all’oblio il particolare e i suoi richiami. Come un tentativo di sospendere il tempo. L’uso dei disegni completi, autonomi, posti all’angolo del supporto, dà una nuova vitalità, una rinascita nel gioco dell’opera nell’opera e, nel caso dell’uso della matita, una sorta di riconquistata purezza del bianco sul bianco.
L’utilizzo dei biglietti (treno, bus) è invece un’ulteriore conferma: un rimarcare che l’obliterazione non vuol dire scarto, bensì il rifiuto di dimenticare. Come una solitudine del reperto, recuperato all’emozione della scoperta di esistere.
Fabio Vincenti, Artup, 15-31 luglio 2010
