Collage tra incomunicabilità e storia (Art in Italy n. 14, 1999)

Servirà ancora una volta raccontare, con la latente fierezza letteraria di chi padroneggia un materiale estremo e bollente, la biografia di Vincenti e attraverso essa giustificare ogni eccesso della sua arte? Bisognerà revocare l’amore concluso tragicamente e la sensibilità acutissima e infine la pazzia? Servirà a qualcosa sottolineare che quelli come lui finiscono male nella vita, almeno quanto ci guadagna la loro arte? E che sono ancora costoro, invero pochi, quelli capaci di anticipare climi e stili di una stagione prossima eppure ancora inavvertita, come nelle figurazioni sorprendenti e barocche realizzate un po’ prima delle cosiddette avanguardie? Ci si intenda bene: nessun moralismo sulle esistenze sconfitte dei primi a fronte del successo dei secondi.

L’esistenza sofferta di Vincenti è ovviamente iscritta nella sua arte, ma non la giustifica né la misura. Guardando questi lavori non è granché interessante commuoversi per la tragedia che contengono, ma stupirsi, piuttosto e godere, per come hanno saputo trasformarla in stile.

E chi scrive, per essere chiari, non se ne intende granché di sofferenze né si arroga il diritto di descrivere quelle altrui. D’altronde il talento e la tensione che questi lavori restituiscono sono tali, e sono talmente condivisibili, da poter trasformare il suo autore in una star dell’arte contemporanea in qualsiasi momento. Ogni arte all’altezza della propria epoca redime sempre le sofferenze da cui è nata e di cui, naturalmente, ha saputo approfittare.

L’arte di Vincenti, in questi collage su legno e su cartone più ancora che nei coevi cimenti pittorici, è un arte del frammento privato, recuperato da una coscienza deflagrata un attimo prima che affondasse nella definitiva incomunicabilità. Ma solo una coscienza deflagrata può frequentare, portandovi dietro preziosi relitti, i territori ai limiti della coscienza stessa. E’ in tal viaggio che Carlo Vincenti trova sintonie profonde, e non di mera suggestione stilistica, con altri argonauti di quei territori: con Van Gogh, con Wols, con Dubuffett. Compone I reperti di quel viaggio (schizzi rapidi e nervosi, figurazioni elementari) con frammenti prelevati dalle riviste a grande tiratura e i più prosaici oggetti. Assemblandoli cerca una autenticità impossibile; e comunque invia missive, esse si autenticamente disperate, al mondo. E quello di Vincenti è a tutti gli effetti un mondo, totalizzante e concluso, che parla a un altro mondo: Riusciranno a comunicare? Potranno capirsi? A prima vista sembrerebbe difficile. Eppure questo suo mondo così privato, così terremotato, così legato ai propri e sotterranei percorsi da continuare a confinare con l’incomunicabilità di cui si diceva, eppure questo mondo, non ci sarebbe nemmeno bisogno sottolinearlo, è arte moderna fino in fondo, dove il termine “moderno”, indica tutte le crisi, le accelerazioni e le angosce di questo secolo che va chiudendosi.

Data l’immanenza totalitaria di questa sua disperata sensibilità e l’eclettismo degli stili e delle tecniche con cui si manifesta, servirebbe poco a stendere la lista delle referenze tipologiche: espressionismo, dada, pop convivono ai limiti del suo linguaggio. Ma il linguaggio, come in ogni artista che si rispetti è altrove. E’ talmente altrove da lasciare ampi spazi di manovra, più che all’esercizio intellettuale, alla memoria e alla geografia. Pochi lavori, come quelli di Vincenti, sono infatti capaci di restituire, almeno a chi scrive, luoghi diversi di memorie visuali: l’interno della sua abitazione con le fitte iscrizioni sulle pareti (nota da alcune fotografie immediatamente successive alla morte): egualmente spoglie stanze di case universitarie italiane nei lontani’ 70, con i loro nomi scritti: testimonianze enfatiche e smargiasse di vite tenute a braccetto dalla letteratura.

I campi astratti che contengono la cornice finto barocco dell’interruttore svuotata dall’interruttore stesso: interni sventrati di città di guerra nel vicino oriente, interni bruciati dove sopravvivono soltanto i contenitori metallici e la traccia polverizzata del loro contenuto.

L’esercizio sul filo dell’emozione e della memoria potrebbe continuare, e non ritengo peregrino consigliano anche ai visitatori di questa mostra. Ricordando che l’arte moderna, e l’arte di Vincenti in particolare, posto che lo sia mai completamente stata, non è più il delimitato luogo pubblico dove si misura l’efficacia storica delle forme, ma una sorta di universo senza confini, attraversato dalle tempeste elettriche dell’io, dove grandinano schegge di storia, dove la vita, ormai compiutamente estetizzata, è le sabbie mobili in cui l’arte affonda lentamente.