Già! Mio fratello era partito. È stato da matti: uccidere, ma solo una; anzi, avvelenare quella trasmissione, ma solo una anzi; avvelenarla. Mio padre si era ammalato gravemente. Dove era abitata, eccola dentro! E traslocammo dove era abitata la nonna. Perciò eccomi dentro, qua dentro, l’eccentrico “Parco impazzito”, giardino che troppo bene sanno coloro che quanto lui; coloro che quanto me hanno tentato di ribellarsi, di ribellarsi ad una, ad una delle tante ossessive manie, manie di non guardare, non voler guardare. Il trasloco portava su. Durante il trasloco portavo sulle spalle, portavo sulle spalle, la poltrona dalla spalliera a semicerchio: un bicchiere di color verde, spalliera a semicerchio e arabescata di verde. Ho usato un bicchiere di vetro verde per versare: un bicchiere color verde smeraldo, per versare dietro il video dell’orribile mostro, per versare quel po’ d’acqua contenuta dentro, per versare acqua dietro lo schermo dell’orribile mostro: il video, unico illeso dell’orribile mostro e del suo labirinto.
Salendo le scale (guarda do’ stai!) batté, dalla poltrona, il naso, salendo le scale battei, sotto il peso della poltrona, addosso a un gradino, sotto il peso della poltrona, il naso addosso ad un gradino.
Il “programma” senza far parola si è spento, il programma, esalando l’ultimo ronzio, senza far parola, nessuna espressione: le geometrie nere, l’ultimo ronzio (prese la bombola del flit e l’uccise): senza far parola, senza nessuna espressione, le sue palpebre nere, (le sue palle rosse).
“Le sue palpebre da otturatore!”, pensai, “geometriche, nere si sono serrate per non riaprirsi mai più (con i tempi che corrono)”.
Lo ricordo bambino e venne accanto al mio letto per darmi un piccolo bacio dove il mio naso si era ferito, si era ferito, (per chi non lo avesse capito si era ferito).
Immersi nell’ombra quella passeggiata con lui scomodo. Vi contrapposi me stesso che escluso ben sapevo rispondergli “volentieri!” escluso ben sapevo le cose più belle, agibili di mio fratello. Sapevo le cose del mondo lontano per sentito dire.
Si fece poltrona l’eredità di nostro padre e di nostra nonna. A lume di naso hanno voluto fare l’uno poi l’altra più felice “chi” sa colorire preziosi dettagli. Un televisore cui misero il lutto come noi due immersi nell’ombra di una mobilia nera divenne la sola muraglia di vetro fra i nostri e i vivi di un mondo che nostro padre ci aveva raccontato.
Già era partito: un uomo, lui, che aveva avuto la fortuna di non varcare la follia del paranoico sipario degli stregoni.
Il mondo favoloso che lui ci aveva raccontato davvero e lui, il padre vero, traslocarono. Perciò dicevo l’altra mattina: “le tante ossessive manie di una folle poltrona arabescata verde illesa davanti al suo labirinto di vetro”.
Chi per ultimo mi disse, l’altra mattina passeggiando, a passeggio, con me sulla ghiaia abbagliante era uno del “Parco impazzito”, e una volta per tutte mi disse: “Da bambino, confessalo, che avresti voluto ucciderlo tuo padre”.
Rimarrei nel sapore popolaresco, sguaiato, festaiolo, ridanciano, anche con la distrutta muraglia di vetro, di chi, anche scomodo, nelle accessibili sbornie di diciottenni piuttosto! Forse un complice di vetro e chi ne fu maledetto: io stesso che dovevo rispondere “Mio padre avrebbe volentieri bombardato quella ossessiva (o eccessiva) muraglia di vetro. Suoi fedeli: gli amici no: tutto il contrario, come quella poltrona vuota mi fa immaginare mio fratello (fotografo) di cui sono il contrapposto nel mio autocompiacimento di un tempo; adesso il peso di un altro supervisore di vetro grigio scuro”.
Non mi era rimasto che compiere l’ingrato dovere di vetro, dovere di risparmiare a quella muraglia di vetro (‘mazza che televisore da cinquantadue pollici!) più atroci sofferenze, a quella muraglia di vetro grigio scuro più atroci sofferenze senza pollici. Nostro padre morì (di giradito) che ero un bambino a due pollici. Ho staccato tutte le spine di un congegno solo qual era, all’istante ho staccato gli interruttori del congegno che solo quel figlio qual era, anche ad occhio, con abili occhi da contabile, solo quel figlio … (e diciamolo pure) quell’oca bianca di mio fratello qual era anche ad occhi chiusi sapeva sintonizzare e per disgrazia, per giunta, regolare con abili tocchi da prestigiatore, lui, per disgrazia, il contabile della nonna, poi per disgrazia o no, defunta. Ricordo tutto quello che uscì di vecchio dove vi era il contabile puntiglioso della nonna per disgrazia nostra, defunta, dove si era svolta la trasmissione della festa da ballo, e con alcune amichette un’agonia silenziosa, lucidamente quella sera d’inverno. Quella sera di carnevale il mio caro fratellino (col fiocchetto all’uccellino) anch’io tutto agghindato al veglione, l’unico e l’ultimo rimastogli fedele ricordo. Uscì dal teatro dove si era svolto il ballo mascherato e raccontò di aver fatto alcune amicizie con alcune amichette (hai visto che vuol dì!) “800”. Si contrappose, niente a che vedere, all’agonia muta di nostro padre. Con lucidità sapeva le cose più favolose e con lucidità si spense, almeno pare, felice più di ‘chi’ si spense, nostro padre; una sera d’inverno fredda e limpida si spense il televisore (ahó si è spento) per solo riguardo, quell’amico unico rimastogli dei campi di baldorie e feste.
Un televisore misero (lercio, scalzo e nudo) che trasmetteva una delle ultime puntate del teleromanzo “ottocento”.
Sindrome dissociativa
‘Ipotesi’, Viterbo, gennaio 1978
