Un pittore americano, Julian Schnabel, come riporta un articolo, corredato da fotografie, su una rivista d’arte, dice essere i suoi quadri sempre molto grandi da arrivare a due metri per tre, stazioni di una Via Crucis. Sui suoi quadri sono le lettere, formanti parole, unica presenza pittorica. I suoi quadri sono datati 1987.
Carlo Vincenti aveva fatto questo, contenendosi in piccole tavole, dieci anni prima, con intenzione di Via Crucis, da collocare in una vera chiesa. Queste tavole furono respinte (mentre il Parroco afferma essergli state “sottratte con dolo”) per l’aspetto ed il contenuto, si disse, sconvolgente, stridente, provocatorio. Ora sono appese ai muri grigi freddi da hangar della chiesa per la quale erano stole immaginate. Il merito dell’operazione è di Alberto Miralli, gallerista e amico del pittore e di Don Armando, parroco. Persuasore e persuaso.
Lettere e parole sono presenti nelle pitture dei vari movimenti artistici dei primi decenni del nostro secolo. Sono nel cubismo, nel futurismo, nel metafisico, nel dada, ma sono elementi di proclama di comizio, di schiaffo e anche di arredo di decorazione. In tempi più recenti, abbiamo avuto scritture per test grafologici su intonaci ammuffiti o nomi di maestri impressionisti su fondi tempestosi, con caratteri da imballaggio. Ma erano complementi del quadro e finivano con esso.
Quello di Vincenti è un racconto in quattordici periodi, tragico, altamente drammatico. Non sono belle le sue tavole, nell’accezione comune del termine non sono ruffiane, ma la forza che emana da esse prende l’occhio e il cuore, sconcertano e affascinano. Unico elemento figurativo è la forca bifronte, a mo’ di croce, inquadrata in una voglia di sole, punteggiato da gocce di sangue o papaveri, gocce di sudore o ginestre, lacrime o gigli. La croce poi diventa freccia ad indicare, nell’ultima stazione, l’infimo e il sublime. Il pennello è aratro alfabetizzato, che più che tracciare solchi consueti, rovescia nel suolo verde-ferrigno, marcio, vibranti le parole che raggelano nel bianco, fiammeggiano nel rosso, splendono nel giallo, disperano nel nero, indipendentemente dal loro significato intrinseco. E le regole dell’ortografia sono talvolta sovvertite, perché ciò che spinge è la rappresentazione grafica, dolente e gloriosa della Passione e della Morte, nell’urgenza del compiuto. E alla morte, voluta e messa in atto da se stesso, Vincenti era prossimo. Era prossimo al suo orto degli ulivi.
Non suoni blasfemo l’accostamento, non vuole esserlo. Nella sua vita, pur priva di miracoli parabole e resurrezioni, ha avuto chi lo ha flagellato, chi gli ha dato lo spugna intrisa di fiele, chi gli ha cinto la fronte di spine.
Bruciato dall’alcool e dalla droga, intontito dagli psicofarmaci non avendo pretoriani che lo crocifiggano, si butta nel vuoto. Per questo voleva lasciare con religiosa rabbia lo sua testimonianza-testamento.
L’aver mostrato le sue opere adesso, nel tempo di pastori comete e tu scendi dalle stelle, sarebbe piaciuto a Carlo Vincenti, cortese contraddittore, dolce ribelle.
Aldo Pennello
L’esposizione sta su, nella chiesa di S.llario e Valentino a Villanova, fino al 25 gennaio.
‘Domani Lazio’, 20 dicembre 1987
