
Foto Tessera 
Banda Musicale
La televisione ha annunciato la morte di Moro
Moditen
Quel maledetto Moditen
Il dottore insiste che dovrei fare il Moditen
Ingrasso come un porco
Ingrassato e imbambolato dai farmaci
Dovrei fare il bagno (dovrei ricordarmi di fare il bagno)
Basta! Son stufo d’arte
Quanto ho scritto è nelle mie piene facoltà mentali
Anche la posizione della foto di Moro così accasciata (il volto)
Ma nell’inconscio abitano tante cose misteriose. Un messaggio?
Fatto sta che ho desiderato quella morte, lo ammetto…
Ma la città è piena solo di brutti ricordi
Ma smetterò di dipingere, perché voglio morire
Seppi ch’era esistito da mia madre.
Dice: S’è ammazzato uno, là – indica genericamente, vuol dire: non troppo lontano – s’è buttato giù. Non questo palazzo, quell’altro. Non sono riusciti a fermarlo.
Così seppi di lui.
Sulla breve vita di Carlo sento incombere la luna della Pietà di Sebastiano. Tremenda.
Le sue velature.
I suoi raggi che sbiancano il peperino della Città.
Che gettano ombre giù dalle torri, le fanno correre per via le annidano sotto i portici. Fantastiche. Paurose.
Il quartiere medioevale. Ha traversato come in sogno secoli di non-storia. Graziato per caso dalle bombe. Ancora negli anni del Miracolo zitelle inglesi, pittori della domenica, viaggiatori dell’immaginario lo colsero operosissimo di vita popolare. Pittoresco, però, quanto inquietante. Nel 1947 Virgilio Marchi annotava: “Il medioevo della Città è veramente di una potenza arcigna; fa tragedia con l’aspetto”.
Trent’anni dopo, per questi stessi vicoli Carlo avrebbe trascinato l’insostenibile fardello della propria esistenza.
Usciva dal suo studio-bottega ma opera esso stesso: “graffite” per intero, le pareti, di lancinanti scritte: “da dio ho avuto queste membra”; c’è ancora una sua straziata Via Crucis di parole dipinte, di sole parole – usciva e vagava. Lo vedevi rovistare all’alba fra immondizie, in cerca di carte e cartacce da riciclare per i suoi collage. M’è capitato di sfogliarne un quaderno filatelico. Invece di francobolli: stagnole, petali secchi, trafiletti di giornale, schegge varie. Una corte dei miracoli. Consumi. Rifiuti. Rimessa in gioco. Eclissi e recuperi del senso.
I collage. Psaligrafie sconvolgenti. La gabbia compositiva. Gli evidenti simmetrismi vorrebbero rassicurare. Ma non ingannano. Una pulsazione fetale traversa questi lavori. I Musicanti di Brema. Perché il titolo. Innocenti come un album di calciatori. Devastati e feroci come Peter Pan. Spicchi di volta. Lunette di evangelisti: ritagliate con diligenza e incollate-deformate in frontoni di chiese. Su fondo oltremare. Correzione ottica perseguita. Malizia. Sadismo. Tenerezza materna. Bisturi: carni: cosce mammelle spacchi femminili. Via la testa. Volti maschili incompleti, recisi, mutilati. Lineamenti cancellati. Disegni. Pochi nervosi tratti riprendono un tema, lo amplificano. Contaminazione di frammenti. Foto di gruppo. Foto d’epoca. Un’intera banda musicale in posa (i suonatori: strumenti in mano) sminuzzata in tante foto-tessera. Un cartello recita: Wagner, Tannhauser, Ouverture. Tedeschi. Suonatori. Per estensione, dunque: Musicanti. Di Brema. Ricorrenza dell’asino. Non fa presepe. Autoritratto a forme fiabesche.
Ma il somaro scacciato, il reietto, non trovò compagni di strada. Non ne cercava.
Tra un ricovero e l’altro dipinse un olio grigiastro con una corsa di mura merlate. Alla guelfa. Omaggio alla ripugnante Città che lo respingeva. Titolo: Porta Favole. Poi rovesciò la tela, appendendola s’un fianco, e chiosò: La Tonaca del Prete.
Nel Medioevo di quel quartiere, sopravvissuto a se stesso, lo adottò gente semplice, che ben poco capiva d’arte. Lo assistette nelle sbronze più tristi. Nel viavai tra cliniche e manicomi. Nove anni. Sempre più fitti.
Ma per il tuffo mortale che doveva schiantarlo nel giugno del 1978, a soli trentadue anni, Carlo scelse l’anonimo quarto piano d’una periferia piccolo-borghese. Quelle membra si maciullarono nell’indifferenza. Pochissime voci. Poi solo silenzio.
Oggi, come a volte succede, le quotazioni postume di Carlo sono in lenta costante ascesa. Mentre quei vicoli (che lo videro passeggiare sdraiarsi a terra dare di testa) quei vicoli (lasciati al degrado) quei vicoli si sono ormai svuotati, ridotti a fantasmi, a suburre del disagio. Imbalsamati corridoi di botteghe antiquarie. Non più fiabe dolenti. Solo spot pubblicitari.
La sorridente luna di saponi per pavimenti e marescialli-rocca.
ANTONELLO RICCI, ‘ Il libro dei debiti. Acque, uomini, pietre. Sonatine per Viterbo’ , “Il musicante di Brema” [pp. 70/74], Ass. Cult. Malavoglia, Viterbo, 2004
