O.P. Siena 1975
Vincenti nelle sue lettere dall’ospedale psichiatrico di Siena, accenna al desiderio di realizzare una serie di tavole dipinte; scrive “…ma ho voglia di lavorare e soprattutto di fermare in almeno venti pezzi il senso di questa mia libertà repressa.” E’ l’anno 1975 tre anni prima della tragica morte.
Vincenti parla di voler eseguire dei monotipo su tavola, tecnica sperimentata in quei giorni e in “progressione di ricerca”. Le tavole effettivamente realizzate sono state disegnate facendo molto uso di acrilici che rendono la superficie movimentata e armonicamente materica. Questi lavori, riprendendo una consuetudine che Vincenti usava riservare alle sue opere, presentano una velatura, poi raschiata con carta vetrata, che rende, come egli stesso lo definisce, “un lavoro di consumato”.
La Teoria del “Consumato”, che Vincenti sperimenta durante il ricovero, riprova il fascino che da tempo ormai ha su di lui il frammento, l’oggetto degradato che egli chiama dimidiata. Non a caso uno di questi lavori riporta proprio il titolo Consumato della figura, da La pioggia sul mare (Rep. Uno) o ancora Dimidita, da Il quadrato (Rep. Due). Egli riproduce nei suoi lavori il carisma di quei soggetti ormai passati, ancora latori di messaggi logorati dal tempo e la cui attitudine è quella di provocare l’istintivo impulso umano di andarne a ricomporre mentalmente l’integrità.
Vincenti dipinge in queste tavole ‘paesaggi’ apparentemente astratti, ma che celano figure ormai private della parola. I titoli sono qui l’unico tramite tra il quadro e lo spettatore, sono vere e proprie frasi poetiche che enunciano quanto sta per accadere nell’opera come didascalie che danno accesso alla comprensione del quadro.
Le due opere intitolate Modella davanti al mare, da La pioggia sul mare (Rep. Uno) consigliano di cercare, tra quelle forme dipinte, una figura femminile, magari distesa al sole. Una lezione di prospettiva”, da La pioggia sul mare (Rep. Uno) o Orizzonte, da La pioggia sul mare (Rep. Uno) suggeriscono figure e paesaggi proiettati nelle tre dimensioni, anche se lo schema è del tutto bidimensionale e piatto. L’astrazione e la sinteticità dell’immagine confondono l’osservatore, che facilmente potrebbe ritrovarsi smarrito nell’intrico delle labirintiche pennellate, se non fosse per le tracce, i titoli, che Vincenti ha lasciato sul retro delle tavole.
Già molto giovane Carlo dipingeva scorci della città di Viterbo. Durante le sue lunghe passeggiate, disegnava appunti rapidi col suo continuo inventare, deformare, essenzializzare le figure stesse.
Come un viaggiatore stanco, ora racconta le storie incontrate, gli scenari intravisti nel corso degli anni e come un paesaggista ottocentesco li descrive dettagliatamente come dipinti dal vero, ma in realtà frutto di una personale ricostruzione più vicina alle opere allegoriche tardo medievali.
In quegli anni ha scrutato l’oggetto esterno, studiando al contempo il proprio mondo interiore. La trasfigurazione del reale nelle sue opere, nasce proprio dal rivivere e rivedere le immagini reali attraverso la propria personale interiorità e, i paesaggi su tavola del 1975, provengono più dalla vivida immaginazione dell’artista che da reali scenari che difficilmente, all’interno delle mura della casa di cura, Vincenti avrebbe potuto vedere. I paesaggi derivano da ricordi sfumati di simbolismo, di immagini emblematiche che racchiudono il profondo desiderio di esprimersi, di comunicare con l’esterno, di fare arte, di libertà.
Vincenti ha sempre continuato a sfidare la propria condizione, nonostante la gravità del luogo, lo stordimento provocato dai farmaci e il pressante status di malato mentale. Ha fissato, così, nelle tavole della serie da “I superstiti”, i ritratti di quelli che, come lui, reduci dal fallimento, non accettano la propria resa. Un omaggio quindi, ma anche un autosostegno, perchè quello che egli più temeva non era la morte fisica, ma “la morte dell’anima”.
Il dipinto Ospedale fa parte della suddetta serie da “I superstiti”. E’ il ritratto della camera d’ospedale in cui Vincenti, come Van Gogh nella Camera da letto dell’artista, ricorda l’estrema solitudine dovuta al proprio isolamento, esprimendo una sensazione di turbamento e di inquietudine, suscitati dalla calma apparente della stanza vuota.
Queste le opere che Carlo Vincenti, a causa di tempi immaturi, dovette realizzare in Ospedale, in quella ‘gabbia’ che gli ha impedito di esprimersi e lavorare come avrebbe voluto. Scrive nel suo diario il 13 maggio 1978 “..Ma la libertà è quella che voglio assolutamente, quella libertà che permette di essere uomini anche se sbagliati.”
