Chi vive l’era della televisione è abituato alla cultura del frammento. Cambiare canale è come recuperare tappi di bottiglia, etichette, fili di ferro: oggetti senza valore, falsi indizi, imitazioni senza qualità che appartengono ad un collezionismo privo della mortale devozione al feticcio.
È per curiosità che il passeggiatore professionale raccoglie; è grazie alla casualità che l’uomo incompatibile con il computer apre un dialogo grazie ad un tasto spostato casualmente con i piedi alla fermata dell’autobus.
Il frammento è alogico e ironico – lo sapevano bene i dadaisti – è poco impegnativo, ammette verso se stessi un comportamento irresponsabile.
Se ci mettiamo di fronte ad un’automobile dobbiamo riconoscere di essere di fronte alla sclerosi del classicismo. Tutto è compiuto e tutto obbedisce a leggi che regolano l’equilibrio perfetto fra l’abilità della realizzazione tecnica e la funzione. La sua bellezza è studiata a tavolino per raccogliere il più ampio consenso possibile. Se al contrario troviamo un sedile appoggiato ai secchi dell’immondizia, abbandonato in una pineta marina, o ad un bivio extraurbano si apre la porta d’accesso all’illusione, all’invenzione. È per metà cosa nota – ed è questo che ci tranquillizza e che ci attrae – e per metà veicolo verso una sintassi inesplorata. Quello che si dice “avere un’idea” equivale al desiderio di costruire qualcosa partendo da un dettaglio esistente, non dalla sua contemplazione.
La contemplazione è ebete, è improduttiva come la demenza.
Gli artisti, in genere, solo per mancanza di cose da dire si fermano a contemplare, solo per vanità inducono gli altri a farlo di fronte ai loro lavori. Sono eventualità possibili ma rare. Più frequentemente l’artista è uno di quei passeggiatori di professione ai quali abbiamo accennato. Vincenti è uno di loro.
I suoi collages sono esplorazioni, un modo per prendere confidenza con il mondo.
La conoscenza ha bisogno di ragionamento, non di semplice accumulo e nei lavori dell’artista si affaccia l’ordine di chi ha ragionato sulle cose che ha raccolto, di chi le ha selezionate e vuole dire qualcosa.
Vincenti usa soprattutto il collage; sui fogli incolla frammenti ai quali dà il supporto della propria intelligenza attraverso un disegno che a volte si trasforma in griglia. È l’ordine che consente l’articolarsi del discorso creativo. È grazie alla consapevolezza che l’opera d’arte si autopromuove. Nell’arte degli anni `70 si accavallano due tendenze che sembrano contraddirsi.
La prima corrisponde all’esercizio diffuso di praticare a ritroso il percorso dell’evoluzione biologica fino ad arrivare ad un’origine che prevede l’aggregazione spontanea di materia; accumuli apparentemente alogici retti dal misticismo medievale covato nell’immaginario contemporaneo. Ma proprio come il medioevo sono solo apparentemente rassegnati, apparentemente distratti, apparentemente antistorici. Basti pensare che l’evanescenza di performances che potevano essere perdute sono in realtà state fissate in video, filmate in elettronica. D’altronde l’artista è disgustato dall’indifferenza. Anche Vincenti lo era.
L’altra tendenza sfoglia la margherita dell’eccesso di messaggi, di bisogni indotti, di autoritarismo conservativo attraverso la riduzione delle immagini a parola o ancora meglio a lettera dell’alfabeto. Un’equivalenza significato/significante simile a quella degli ideogrammi. Anche l’effetto cromatico è ridotto al suo contrasto fondamentale, bianco e nero.
Il lavoro di Vincenti somiglia in entrambi i casi agli anni in cui vive e al clima artistico che lo circonda. I suoi collages hanno la forza disarmante e insindacabile di chi simula la casualità delle cose che mostra, e insieme la pulizia maniacale di chi dosa i sogni, le presenze di chi oscura gli eccessi – anche cromatici. Come tutti quelli che hanno qualcosa da dire e un programma preciso non si scaglia contro gli altri per fornire a se stesso il facile pretesto della polemica: agisce non reagisce. Costruisce un panorama ordinato, mite e intelligente senza esternazione e senza la falsa malinconia di provincia; è strano pensare che Vincenti se ne vada presto e male, sopraffatto da allucinazioni alcoliche. Nel suo viaggio umano apparentemente incontrollato Vincenti ha la passione dell’ordine, segno inequivocabile di consapevolezza. Lo dicono i suoi collages ma soprattutto una sua opera, una delle più autentiche: un contenitore nel quale i collezionisti ordinano i francobolli, che Vincenti ha riempito con visi di donna strappati alle pagine dei giornali, di cani e di uomini, con petali secchi; con la carta argentata delle sigarette, raccolta da terra, recuperata e distesa. Accudita con il garbo complice che si destina ad un soldatino zoppo.
